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    Archivio Dicembre 2005

    Misteri

    di Alekid (30/12/2005 - 09:48)

    Khadi un pomeriggio di alcuni giorni fa, mi ha raccontato una storia. Suo zio, stava ritornando a Dakar da Thies in macchina dove si era recato per lavoro, insieme ad un suo amico autista. Era notte e intravedono una donna con una bambino appollaiato alla maniera africana sulla schiena che cammina sullo sterrato accanto alla strada.

    Lo zio di Khadi chiede l’autista di fermarsi e chiede alla donna se ha bisogno di un passaggio a Dakar. La donna risponde con un cenno del capo, apre la portiera ed entra nella vettura che riparte. Lo zio di Khadi e l’autista cercano di intavolare un diaologo con la donna, le chiedono dove e' diretta, come si chiama, il nome del bambino e soprattutto che ci faceva di notte da sola sulla strada. La donna non risponde e guarda impietrita davanti a se.

    Lo zio di khadi non sa bene cosa fare. Ad un certo punto decide di sospendere l’interrogatorio e lasciare tranquilla la donna.

    “Avra' litigato con suo marito e sara' scappata di casa, sara' sotto choc, magari appena arriviamo a Dakar ritornera' in se e ci spieghera' cosa le a' successo.” Pensa fra se e se.

    La donna è bellissima ma totalmente apatica. Il bambino e' estremamente silenzioso.

    Ad un certo punto l’autista ha un’illuminazione. E se fosse un dijnne?

    Nella religione islamica i djinne sono un incrocio fra fantasmi, spiriti e angeli. Creature soprannaturali che possono svolgere una funzione di protezione (tipo angelo custode) o essere estremamente cattivi e spietati (tipo diavolo a caccia di anime).

    L’autista inizia a sudare freddo ma continua a guidare con misurata indifferenza, impaurito dall’eventualita' che la dijnne si renda conto di essere stata scoperta, trasformando la sua apatia in un minaccioso pericolo per la loro anima.

    Arrivati in prossimità di Dakar lo zio di Khadi riprova a parlare con la donna ma senza ottenere nulla di diverso che l’abituale sguardo apatico.

    L’autista appena scorge una stazione di servizio decide di fermarsi e scende dall’auto. Lo zio di Khadi scende a sua volta abbastanza irritato perche' prima di partire avevano fatto gia' benzina ma dopo che l’autista lo mette a parte della sua intuizione reagisce prima con incredulita' e poi si fa catturare dalla paura.

    Che fare?

    A detta di Khadi suo zio e' un uomo estremamente pratico. Scartate alcune soluzioni, tipo costringere la donna a scendere dall’auto o portarla a casa da un mourobout che conosce l’autista, lo zio di Khadi decide di rivolgersi alla polizia.

    Risalgono in macchina e piu' impacciati e spaventati che mai si dirigono verso il commissariato di Parcelles. Appena arrivano lo zio di Khadi si precipita dentro e inizia a raccontare tutta la strana storia ad un paio di poliziotti di turno. All’inizio i due poliziotti lo prendono in giro ma quando vedono che lo zio di Khadi insiste decidono di andare a controllare. Intanto l’autista e' sceso dalla macchina e appena vede arrivare i due poliziotti si defila. La donna continua a restare apatica e non risponde alle domande dei poliziotti che a poco a poco si convincono che i sospetti dello zio di Khadi non sono poi cosi' infondati.

    Fanno quindi per andarsene ma lo zio di Khadi si arrabbia e li intima di intervenire in qualsiasi modo e di occuparsi della donna. “Se e' solo una donna sotto choc e' compito vostro scoprire cosa le e' successo. Se invece e' un dijnne e' comunque compito vostro occuparvene. Siete o non siete gli addetti alla sicurezza pubblica?” I poliziotti tergiversano, ma poi invitano la donna a scendere dall’auto e a seguirli dentro la caserma. La donna non dice nulla, esce dalla vettura e li segue docilmente. Lo zio di khadi recupera l’autista poco lontano e tornano a casa. La mattina dopo si reca al commissariato dove gli raccontano che la donna dopo non aver risposto a nessuna delle domande a cui e' stata piu' volte sottoposta, e' stata rinchiusa in una cella per trascorrere la notte. La mattina sono andati a vedere come stava e quando hanno aperto la porta di ferro, la cella era vuota.



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    di Alekid (21/12/2005 - 10:48)

    Tutto inizia verso le sei di mattina di sabato. Cinque cammionette dell’esercito arrivano sulla strada dell’Ecole Dior parcheggiando in cinque angoli strategici in prossimita' del mercato. Con un gran fragore scendono dalle cammionette militari in tenuta antisommossa con caschi e mitra. Uno imbraccia persino un bazooka. Dalle boutique del mercato, gia' aperte nonostante l’ora, si iniziano a levare urla disperate. Lo sgombero che era stato annunciato piu' volte e piu' volte rimandato verra' eseguito stamattina, ultimo atto di un’intricata vicenda di scartoffie e di speculazione finanziaria che ha come protagonisti il sindaco di Parcelles, il responsabile dell’HLM, la societa' edile che ha realizzato la costruzione di tutto il quartiere, e i rivenditori del mercato Dior.
    Praticamente una vasta area del mercato Dior era stato venduto o affittato da proprietari che non avevano pagato tutta la quota di acquisto delle boutique all’Hlm. Il sindaco di Parcelles ha in seguito acquistato per pochi soldi il terreno all’Hlm e ha emesso un’ordinanza comunale dove, adducendo a problemi di sicurezza e di mancanza di igiene, ha promulgato la costruzione di nuove boutique e l’abbattimento delle vecchie. Ai rivenditori e' stata data la splendida possibilita' di acquistare un posto nelle nuove boutique (al costo di 3.000.000 di franchi cfa) o di andarsene senza far storie. La maggioranza, che era gia' stata fregata in precedenza, ha deciso di restare ad oltranza, almeno fino a stamattina.

    Verso le nove di mattina arriva un bulldozer. Ormai tutto il mercato e' un andirivieni di gente che trasporta a mano o con carretti tutto il contenuto delle boutique. I bambini e diverse donne piangono disperate davanti ai militari che ridono divertiti.

    Alcuni giovani tentano una protesta piu' accesa, ma con poche spintonate i militari anestetizzano qualunque desiderio di rivolta.

    Ad un certo punto il bulldozer innesca la marcia e inizia a demolire le prime boutique con un frastuono assordante, sollevando un’incredibile nuvola di polvere e schegge di qualunque materiale, dal legno a barattoli di plastica.

    Sulla strada c’e' tutto il quartiere che guarda con le lacrime agli occhi e la rabbia palpabile, a fior di pelle.

    In mezzora quello che era uno degli angoli piu' caratteristici della zona, il mercato Dior, e' ridotto ad una spianata di detriti e calcinacci.

    Poco lontano, una costruzione vuota e bianca immacolata sembra guardare divertita la scena. E’ un primo lotto delle nuove boutique fatte costruire dal sindaco.

    Nei giorni successivi osservo con piacere che tutte le stradine limitrofe al quello che resta del mercato sono state invase da una quantita' impressionante di bancarelle improvvisate, spesso fatte di stracce dove i rivenditori sfrattati continuano ad esporre le loro chincaglierie con una splendida irriverenza.



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    Dal Senegal Maurizio racconta

    di Alekid (12/12/2005 - 11:29)

    I binari di Thiaroye

    Dopo alcuni giorni dal nostro arrivo a Dakar, insieme a gabriella, elisabetta e amadi sono andato ad una riunione della struttura di Aminata prevista a casa di Koumba, a Thiaroye.

    Il quartiere l’ho gia’ descritto altre volte. Un ammasso impressionante di case, baracche, bancarelle, spazzatura, rottami di auto o camion abbandonati, stradine pervase da un traffico spaventoso, fra cui sguscia un’umanita’ indaffarata e coloratissima.

    La struttura di Aminata (lei compresa) e’ costituita da portatori di handicap motori. La riunione, prevista per le tre, iniziera’ se tutto va bene, verso le quattro e mezza, per ovvi problemi di deambulazione.

    Mentre aspettiamo ne approfitto per dare un’occhiata al quartiere. 

    Vicino a casa di Koumba i binari della leggendaria ferrovia Dakar-Bamako, tracciano quattro solchi impolverati come trincee che invece di separare prolungano all’orizzonte la miseria e la poverta’ del quartiere senza soluzione di continuita’. Baracche con cianfrusaglie in vendita imprimono dettagli assurdi allo sguardo, mentre vecchi e giovani seduti o sdraiati su stuoie scucite osservano le donne e i pochi uomini andare avanti e indietro impegnati in misteriosi affanni. Tutto e’ fermo e tutto si muove…. male, ma …. sorridendo.

     

    Caccia al ladro

    Sàcci… sàcci… A questo grido in tutti i quartieri di dakar parte la caccia al ladro. Sàcci (ladro in wolof) e’ il segnale che indica a tutta la gente che un ladro nei paraggi sta scappando.

    In senegal rubare è uno dei reati piu’ gravi. Due anni fa un ladro in un mercato a guedaye è stato catturato dalla folla inferocita e fatto a pezzi a colpi di machete. La notizia aveva destato scalpore, ma la maggioranza dei senegalesi, in genere provvisti di una formidabile tolleranza, interpellati sulla vicenda si era schierata dalla parte della folla inferocita.

    Sono le ventitre e sto parlando con Diallo, il mio amico boutique’ sulle peripezie che ha affrontato per cambiare 100 dollari usa in franchi senegalesi, quando vediamo sfrecciare via un ragazzino terrorizzato. Due secondi dopo tutta HLM Gran Medina risuona del grido Sàcci Sàcci e una cinquantina di ragazzotti si gettano alla caccia del ladro, mentre sulle porte delle case si formano crocchi di persone che cercano di capire chi e’ stato derubato e di cosa. Dopo pochi minuti appuriamo che un signore poco lontano e’ stato scippato di un cellulare. Le vie risuonano ancora del grido Sàcci per i successivi 15 minuti poi il silenzio ritorna. Il giorno dopo Diallo mi racconta che il ladro e’ stato portato di forza dalla polizia, che lo ha riempito di botte nonostante i ragazzotti l’avessero gia’ ridotto ad una maschera di sangue.

     

    Sciopero

    All’universita’ di Dakar, come ogni anno, verso dicembre inizia la stagione degli scioperi. I motivi sono soprattutto il ritardo del pagamento delle borse di studio, l’esiguita’ delle stesse borse di studio, le condizioni di intollerabile sovraffollamento dei campus universitari, dove in una stanza di due metri per tre dormano minimo cinque studenti.

    Negli ultimi cinque anni, durante questi scioperi, tre studenti sono morti fra un numero imprecisato di feriti piu’ o meno gravi, grazie all’intervento altamente repressivo della polizia. Tre inchieste diverse non hanno indicato nessun responsabile.

    Quello di lunedi’ scorso ha riproposto, senza gravi conseguenze, le dinamiche che avevo gia’ avuto modo di osservare altre volte. Una cinquantina di studenti invade la rue de wakam, la strada di fronte all’universita’, bloccando il traffico e lasciano alcuni pneumatici a cui appiccano fuoco. Tre cammionette della polizia arrivano con calma. Scendono poliziotti giganteschi in tenuta antisommossa, accolti da una piccola gragnuola di sassi lanciati da alcuni studenti. Svogliatamente cinque poliziotti caricano i fucili e sparano un po’ piu’ in alto di altezza d’uomo una salva di proiettili di gomma. Gli studenti scappano via. Trascorrono quindici minuti e il traffico ritorna normale. Per terra raccolgo un proiettile e mi dirigo verso il ristorante universitario dove incontro tutti gli studenti di prima intenti a dare l’assalto alle cucine per mangiare gratuitamente, senza molto successo, dato che il personale si e’ barriccato dentro. Ne approfitto per chiedere ad alcuni studenti come pensano di continuare lo sciopero. I pareri sono discordanti.

    Mi sembra che non ci sia una prospettiva chiara e comune solo rabbia, tanta rabbia.

     

    Giù fino al mare

    Stamani, mezzo assonnato, esco di casa con l’idea di prendere un car rapid per andare verso l’universita’. Il cielo oggi e’ strano, percorso da una miriade di nuvole che si inseguono come in un ipotetico autoscontro. Il caldo dei giorni scorsi ha lasciato il posto ad un vento fresco che soffia dall’oceano. Arrivo sulla strada asfaltata e aspetto sul ciglio insabbiato.

    La strada è in discesa. Alla mia sinistra, in basso, si trova la spiaggia di parcelles, lunga striscia di sabbia, meta di tutti i ragazzi del quartiere impegnati in interminabili partite di football venticinque contro venticinque, porte due magliette per squadra, campo imprecisato, mentre alla mia destra, in alto, la strada prosegue verso una piccola collina dove si incrocia con tre strade, una piccola sorgente di spaventosi ingorghi verso dalle 19.00 alle 21.00.

    Ad un certo punto vedo due omoni giganteschi, quasi incastrati dentro due esili sedie a rotelle, che sfrecciano ad una velocita’ assurda. Sembra una gara a chi arriva prima al mare.

    Poco piu’ in la’ un ragazzo che vende banane e chincaglierie assortite osserva la scena e sorride.

    Mi avvicino e con un francese arzigogolato commentiamo la strana corsa.

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