26/04/2006

Incontri e altre storie

Brevi incontri

Mi trovo a Medina, vicino ad una strada trafficatissima. Accanto a me c’è una bancarella sgarruppata con il solito assortimento di banane, sigarette, caramelle, arance e biscotti, dove due vecchi senegalesi attendono con molta calma improbabili clienti.

Dal lato opposto, a qualche metro, c’è un uomo impolverato e malmesso accasciato per terra.

Ho appena terminato di verificare con discrezione il suo stato di salute  da dietro si avvicina un signore. Va di fretta ma devia il suo percorso, si avvicina, mi saluta tutto educato, mi chiede da dove vengo, se mi piace il Senegal, mi augura un bellissimo soggiorno, mi invita a pregare per lui e riprende la sua corsa.

Il tutto dura esattamente 40 secondi.

Per tutto l’ incontro il senegalese educato ha il viso illuminato da un sorriso eccezionale… come se l’aver scambiato due parole con me gli abbia reso la vita estremamente felice.

Anch’io  mi allontano sentendomi inspiegabilmente più contento.

 

Cose che capitano

A gennaio Amadou Diallo Diulde , il mio boutiquè di fiducia si è recato al Marche Dior, dove, nella parte ancora in piedi dopo l’abbattimento di dicembre, ha acquistato un televisore a colori di seconda (o trentesima) mano per 60.000 fcfa (quasi 100 euro), per rimpiazzare un vecchio modello in bianco e nero.

Tutto contento ritorna alla sua boutique e scopre che il televisore non funziona.

Ritorna infuriato dal rivenditore che dopo essersi profuso in mille scuse, lo invita a restituirgli la televisione per cambiarla con un altro modello funzionante. L’unico inconveniente è il tempo d’attesa, ma in qualche giorno rekh (giusto) il commerciante garantisce la pronta sostituzione

Diallo fa un po’ di storie ma alla fine accetta e torna alla boutique.

Passano un paio di settimane, il televisore in bianco e nero cade in panne e Diallo ritorna dal rivenditore che inventandosi un mucchio di storie non ha ancora procurato quello a colori…

Il commerciante fa la parte dell’afflitto pieno di debiti e lo convince a concedergli un’altra settimana di tempo. Per Diallo la televisione è peggio di una droga quindi dopo qualche giorno di astinenza non resiste, si reca da un altro rivenditore e acquista un televisore più modesto, sempre a colori a 50.000 fcfa, convinto di riuscire a convincere l’altro commerciante a restituirgli i soldi.

La mossa si rivela avventata. Sono passati tre mesi e nonostante Diallo si rechi tutti i giorni a parlare con il rivenditore non  è riuscito ad ottenere ancora nulla. Anzi, per riuscire ad avere, se non tutti i soldi, almeno una parte, Diallo ha ridotto il debito a 40.000 fcfa.

Sconsolato mi confida che se riesce a recuperare almeno 20.000 fcfa si riterrà in parte soddisfatto, ma nutre dubbi sulla riuscita dell’impresa.

 

Una decente decenza

Siamo appena ritornati da una giornata trascorsa a Medina, nella baraccopoli dove da alcuni anni abbiamo attivato un progetto di sostegno scolastico, e a Fass, nella casa di Landing, uno dei nostri responsabili più qualificati.

La storia di Landing è un’epopea di superamento di incredibili difficoltà e incidenti che meriterebbe molto più spazio di queste poche righe.

Ora abita in una stanza di una casa ad un piano dall’aspetto piuttosto diroccato, in mezzo ad un piccolo quartierino fatto di baracche di legno. In questa stanza di tre metri per due abitano di 13, su due letti e un materasso sistemato a terra.

Siamo rimasti quasi un’ora lì, in allegra compagnia dei figli.

E proprio non sono riuscito a non farmi prendere da una maestosa indignazione.

Qua non si tratta più di diritti, di opportunità, di giustizia, di solidarietà.

Qua è una questione di decenza, una decente decenza umana per tutti, prima che sia troppo tardi, prima che l’indifferenza generalizzata che si sta lentamente impadronendo della nostra vita uccida la speranza.

Perché di questo è fatta la speranza.

Della capacità di superare il “per me” trasformandolo in “per tutti”, con una decisa, allegra determinazione.

di Alekid alle 10:06:00 Commenta:

30/12/2005

Misteri

Khadi un pomeriggio di alcuni giorni fa, mi ha raccontato una storia. Suo zio, stava ritornando a Dakar da Thies in macchina dove si era recato per lavoro, insieme ad un suo amico autista. Era notte e intravedono una donna con una bambino appollaiato alla maniera africana sulla schiena che cammina sullo sterrato accanto alla strada.

Lo zio di Khadi chiede l’autista di fermarsi e chiede alla donna se ha bisogno di un passaggio a Dakar. La donna risponde con un cenno del capo, apre la portiera ed entra nella vettura che riparte. Lo zio di Khadi e l’autista cercano di intavolare un diaologo con la donna, le chiedono dove e' diretta, come si chiama, il nome del bambino e soprattutto che ci faceva di notte da sola sulla strada. La donna non risponde e guarda impietrita davanti a se.

Lo zio di khadi non sa bene cosa fare. Ad un certo punto decide di sospendere l’interrogatorio e lasciare tranquilla la donna.

“Avra' litigato con suo marito e sara' scappata di casa, sara' sotto choc, magari appena arriviamo a Dakar ritornera' in se e ci spieghera' cosa le a' successo.” Pensa fra se e se.

La donna è bellissima ma totalmente apatica. Il bambino e' estremamente silenzioso.

Ad un certo punto l’autista ha un’illuminazione. E se fosse un dijnne?

Nella religione islamica i djinne sono un incrocio fra fantasmi, spiriti e angeli. Creature soprannaturali che possono svolgere una funzione di protezione (tipo angelo custode) o essere estremamente cattivi e spietati (tipo diavolo a caccia di anime).

L’autista inizia a sudare freddo ma continua a guidare con misurata indifferenza, impaurito dall’eventualita' che la dijnne si renda conto di essere stata scoperta, trasformando la sua apatia in un minaccioso pericolo per la loro anima.

Arrivati in prossimità di Dakar lo zio di Khadi riprova a parlare con la donna ma senza ottenere nulla di diverso che l’abituale sguardo apatico.

L’autista appena scorge una stazione di servizio decide di fermarsi e scende dall’auto. Lo zio di Khadi scende a sua volta abbastanza irritato perche' prima di partire avevano fatto gia' benzina ma dopo che l’autista lo mette a parte della sua intuizione reagisce prima con incredulita' e poi si fa catturare dalla paura.

Che fare?

A detta di Khadi suo zio e' un uomo estremamente pratico. Scartate alcune soluzioni, tipo costringere la donna a scendere dall’auto o portarla a casa da un mourobout che conosce l’autista, lo zio di Khadi decide di rivolgersi alla polizia.

Risalgono in macchina e piu' impacciati e spaventati che mai si dirigono verso il commissariato di Parcelles. Appena arrivano lo zio di Khadi si precipita dentro e inizia a raccontare tutta la strana storia ad un paio di poliziotti di turno. All’inizio i due poliziotti lo prendono in giro ma quando vedono che lo zio di Khadi insiste decidono di andare a controllare. Intanto l’autista e' sceso dalla macchina e appena vede arrivare i due poliziotti si defila. La donna continua a restare apatica e non risponde alle domande dei poliziotti che a poco a poco si convincono che i sospetti dello zio di Khadi non sono poi cosi' infondati.

Fanno quindi per andarsene ma lo zio di Khadi si arrabbia e li intima di intervenire in qualsiasi modo e di occuparsi della donna. “Se e' solo una donna sotto choc e' compito vostro scoprire cosa le e' successo. Se invece e' un dijnne e' comunque compito vostro occuparvene. Siete o non siete gli addetti alla sicurezza pubblica?” I poliziotti tergiversano, ma poi invitano la donna a scendere dall’auto e a seguirli dentro la caserma. La donna non dice nulla, esce dalla vettura e li segue docilmente. Lo zio di khadi recupera l’autista poco lontano e tornano a casa. La mattina dopo si reca al commissariato dove gli raccontano che la donna dopo non aver risposto a nessuna delle domande a cui e' stata piu' volte sottoposta, e' stata rinchiusa in una cella per trascorrere la notte. La mattina sono andati a vedere come stava e quando hanno aperto la porta di ferro, la cella era vuota.



di Alekid alle 09:48:25 Commenta:

21/12/2005

Tutto inizia verso le sei di mattina di sabato. Cinque cammionette dell’esercito arrivano sulla strada dell’Ecole Dior parcheggiando in cinque angoli strategici in prossimita' del mercato. Con un gran fragore scendono dalle cammionette militari in tenuta antisommossa con caschi e mitra. Uno imbraccia persino un bazooka. Dalle boutique del mercato, gia' aperte nonostante l’ora, si iniziano a levare urla disperate. Lo sgombero che era stato annunciato piu' volte e piu' volte rimandato verra' eseguito stamattina, ultimo atto di un’intricata vicenda di scartoffie e di speculazione finanziaria che ha come protagonisti il sindaco di Parcelles, il responsabile dell’HLM, la societa' edile che ha realizzato la costruzione di tutto il quartiere, e i rivenditori del mercato Dior.
Praticamente una vasta area del mercato Dior era stato venduto o affittato da proprietari che non avevano pagato tutta la quota di acquisto delle boutique all’Hlm. Il sindaco di Parcelles ha in seguito acquistato per pochi soldi il terreno all’Hlm e ha emesso un’ordinanza comunale dove, adducendo a problemi di sicurezza e di mancanza di igiene, ha promulgato la costruzione di nuove boutique e l’abbattimento delle vecchie. Ai rivenditori e' stata data la splendida possibilita' di acquistare un posto nelle nuove boutique (al costo di 3.000.000 di franchi cfa) o di andarsene senza far storie. La maggioranza, che era gia' stata fregata in precedenza, ha deciso di restare ad oltranza, almeno fino a stamattina.

Verso le nove di mattina arriva un bulldozer. Ormai tutto il mercato e' un andirivieni di gente che trasporta a mano o con carretti tutto il contenuto delle boutique. I bambini e diverse donne piangono disperate davanti ai militari che ridono divertiti.

Alcuni giovani tentano una protesta piu' accesa, ma con poche spintonate i militari anestetizzano qualunque desiderio di rivolta.

Ad un certo punto il bulldozer innesca la marcia e inizia a demolire le prime boutique con un frastuono assordante, sollevando un’incredibile nuvola di polvere e schegge di qualunque materiale, dal legno a barattoli di plastica.

Sulla strada c’e' tutto il quartiere che guarda con le lacrime agli occhi e la rabbia palpabile, a fior di pelle.

In mezzora quello che era uno degli angoli piu' caratteristici della zona, il mercato Dior, e' ridotto ad una spianata di detriti e calcinacci.

Poco lontano, una costruzione vuota e bianca immacolata sembra guardare divertita la scena. E’ un primo lotto delle nuove boutique fatte costruire dal sindaco.

Nei giorni successivi osservo con piacere che tutte le stradine limitrofe al quello che resta del mercato sono state invase da una quantita' impressionante di bancarelle improvvisate, spesso fatte di stracce dove i rivenditori sfrattati continuano ad esporre le loro chincaglierie con una splendida irriverenza.



di Alekid alle 10:48:26 1 Commento

12/12/2005

Dal Senegal Maurizio racconta

I binari di Thiaroye

Dopo alcuni giorni dal nostro arrivo a Dakar, insieme a gabriella, elisabetta e amadi sono andato ad una riunione della struttura di Aminata prevista a casa di Koumba, a Thiaroye.

Il quartiere l’ho gia’ descritto altre volte. Un ammasso impressionante di case, baracche, bancarelle, spazzatura, rottami di auto o camion abbandonati, stradine pervase da un traffico spaventoso, fra cui sguscia un’umanita’ indaffarata e coloratissima.

La struttura di Aminata (lei compresa) e’ costituita da portatori di handicap motori. La riunione, prevista per le tre, iniziera’ se tutto va bene, verso le quattro e mezza, per ovvi problemi di deambulazione.

Mentre aspettiamo ne approfitto per dare un’occhiata al quartiere. 

Vicino a casa di Koumba i binari della leggendaria ferrovia Dakar-Bamako, tracciano quattro solchi impolverati come trincee che invece di separare prolungano all’orizzonte la miseria e la poverta’ del quartiere senza soluzione di continuita’. Baracche con cianfrusaglie in vendita imprimono dettagli assurdi allo sguardo, mentre vecchi e giovani seduti o sdraiati su stuoie scucite osservano le donne e i pochi uomini andare avanti e indietro impegnati in misteriosi affanni. Tutto e’ fermo e tutto si muove…. male, ma …. sorridendo.

 

Caccia al ladro

Sàcci… sàcci… A questo grido in tutti i quartieri di dakar parte la caccia al ladro. Sàcci (ladro in wolof) e’ il segnale che indica a tutta la gente che un ladro nei paraggi sta scappando.

In senegal rubare è uno dei reati piu’ gravi. Due anni fa un ladro in un mercato a guedaye è stato catturato dalla folla inferocita e fatto a pezzi a colpi di machete. La notizia aveva destato scalpore, ma la maggioranza dei senegalesi, in genere provvisti di una formidabile tolleranza, interpellati sulla vicenda si era schierata dalla parte della folla inferocita.

Sono le ventitre e sto parlando con Diallo, il mio amico boutique’ sulle peripezie che ha affrontato per cambiare 100 dollari usa in franchi senegalesi, quando vediamo sfrecciare via un ragazzino terrorizzato. Due secondi dopo tutta HLM Gran Medina risuona del grido Sàcci Sàcci e una cinquantina di ragazzotti si gettano alla caccia del ladro, mentre sulle porte delle case si formano crocchi di persone che cercano di capire chi e’ stato derubato e di cosa. Dopo pochi minuti appuriamo che un signore poco lontano e’ stato scippato di un cellulare. Le vie risuonano ancora del grido Sàcci per i successivi 15 minuti poi il silenzio ritorna. Il giorno dopo Diallo mi racconta che il ladro e’ stato portato di forza dalla polizia, che lo ha riempito di botte nonostante i ragazzotti l’avessero gia’ ridotto ad una maschera di sangue.

 

Sciopero

All’universita’ di Dakar, come ogni anno, verso dicembre inizia la stagione degli scioperi. I motivi sono soprattutto il ritardo del pagamento delle borse di studio, l’esiguita’ delle stesse borse di studio, le condizioni di intollerabile sovraffollamento dei campus universitari, dove in una stanza di due metri per tre dormano minimo cinque studenti.

Negli ultimi cinque anni, durante questi scioperi, tre studenti sono morti fra un numero imprecisato di feriti piu’ o meno gravi, grazie all’intervento altamente repressivo della polizia. Tre inchieste diverse non hanno indicato nessun responsabile.

Quello di lunedi’ scorso ha riproposto, senza gravi conseguenze, le dinamiche che avevo gia’ avuto modo di osservare altre volte. Una cinquantina di studenti invade la rue de wakam, la strada di fronte all’universita’, bloccando il traffico e lasciano alcuni pneumatici a cui appiccano fuoco. Tre cammionette della polizia arrivano con calma. Scendono poliziotti giganteschi in tenuta antisommossa, accolti da una piccola gragnuola di sassi lanciati da alcuni studenti. Svogliatamente cinque poliziotti caricano i fucili e sparano un po’ piu’ in alto di altezza d’uomo una salva di proiettili di gomma. Gli studenti scappano via. Trascorrono quindici minuti e il traffico ritorna normale. Per terra raccolgo un proiettile e mi dirigo verso il ristorante universitario dove incontro tutti gli studenti di prima intenti a dare l’assalto alle cucine per mangiare gratuitamente, senza molto successo, dato che il personale si e’ barriccato dentro. Ne approfitto per chiedere ad alcuni studenti come pensano di continuare lo sciopero. I pareri sono discordanti.

Mi sembra che non ci sia una prospettiva chiara e comune solo rabbia, tanta rabbia.

 

Giù fino al mare

Stamani, mezzo assonnato, esco di casa con l’idea di prendere un car rapid per andare verso l’universita’. Il cielo oggi e’ strano, percorso da una miriade di nuvole che si inseguono come in un ipotetico autoscontro. Il caldo dei giorni scorsi ha lasciato il posto ad un vento fresco che soffia dall’oceano. Arrivo sulla strada asfaltata e aspetto sul ciglio insabbiato.

La strada è in discesa. Alla mia sinistra, in basso, si trova la spiaggia di parcelles, lunga striscia di sabbia, meta di tutti i ragazzi del quartiere impegnati in interminabili partite di football venticinque contro venticinque, porte due magliette per squadra, campo imprecisato, mentre alla mia destra, in alto, la strada prosegue verso una piccola collina dove si incrocia con tre strade, una piccola sorgente di spaventosi ingorghi verso dalle 19.00 alle 21.00.

Ad un certo punto vedo due omoni giganteschi, quasi incastrati dentro due esili sedie a rotelle, che sfrecciano ad una velocita’ assurda. Sembra una gara a chi arriva prima al mare.

Poco piu’ in la’ un ragazzo che vende banane e chincaglierie assortite osserva la scena e sorride.

Mi avvicino e con un francese arzigogolato commentiamo la strana corsa.

di Alekid alle 11:29:15 Commenta:

29/11/2005

Riassunto dei primi 10 giorni

Riesumo questo blog dopo mesi di colpevole silenzio, conscio e vergognoso del fatto di essere al caldo dell'Africa mentre in Italia si battono i denti e nevica... Ma c'est la vie e, come direbbero da queste parti, insciallah!

I miei primi 10 giorni qui, si diceva. Beh, intanto il volo ''diretto" con scalo imprevisto in picchiata a Malaga per improvviso malore di un passeggero. Arrivo previsto: 1.15 - arrivo effettivo: 4.35. Pas mal come inizio!

Domenica 20 ritrovo con tutti i senegalesi al pomeriggio, sono un po' stordito ma mi piace lo stesso. C'è un bel clima, di rimpatriata.

Molti di questi giorni li stiamo pero' passando a conoscere nuova gente, soprattutto studenti universitari, che in futuro ci permetteranno di ingrandire la nostra struttura qui e di mettere in piedi nuove iniziative. Cosi', insieme alla fantastica ed ineguagliabile simpatia di Gabriella e al solido e preziosissimo Maurizio, abbiamo parlato con molta gente, passando ore alla biblioteca universitaria di Dakar.

Giovedi' mattina il fattaccio: stiamo per iniziare a fare una pianificazione quando Maurizio si accorge che il bagno interno di una camera chiusa (le persone che di solito abitano la stanza sono ora in Italia) si sta allagando. Il rumore è quello di un torrente di montagna. Arriva il fabbro che sfonda la porta della stanza e accede al bagno, e in attesa dell'idraulico mette una molletta al tubo incriminato. Noi tre passiamo la mattina coi piedi a mollo come le mondine, a riempire secchi d'acqua e asciugare tutto. Sembriamo dei veri alluvionati. Alla fine l'idraulico sistema il tubo. Mattina sprecata.

Venerdi' 25 è l'ultimo giorno per Gabriella (sigh!) e nel pomeriggio andiamo a Thiaroye dai nostri piccoli portatori di handicap. Parliamo coi bambini e facciamo le riprese, poi ci scusiamo coi bimbi per essere cosi' invadenti con foto e video (a chi piacerebbe essere filmato e fotografato perchè handicappato?) e parliamo con la responsabile del progetto, Aminata Kane, che ci spiega che il 2 dicembre ci sarà l'operazione di Yacine, la prima a sottoporsi ad intervento da quando il progetto è attivo. Yacine ha un problema ai tendini dietro le caviglie, ma l'operazione riguarda un problema alla sua vescica, una litiasi. Infine discutiamo dell'apertura di un centro a Thiaroye, e Aminata promette di impegnarsi a cercare il posto adatto.

Sabato viene il turno del viaggio a Sangue, villaggio in prossimità della città di Thies, e devo dire che sono rimasto piacevolmente impressionato dalla bravura e dalla capacità di organizzazione della struttura presente in questo villaggio. Sono stati capaci di fare la campagna STOP MALARIA senza intoppi e sono arrivati quasi alla fine delle sue tappe! Dopo la riunione, dove ci danno le inchieste comparative compilate e discutiamo di un possibile progetto integrativo di microcredito, ci portano a vedere il piccolo "posto di sanità" che si trova nel villaggio, non funzionante e in stato di (recente) abbandono. Mamadou, amministrativo del gruppo di Astou, ci informa del fatto che il centro sanitario prendeva energia da un pannello solare (non c'è corrente a Sangue) che è stato rubato, quindi di notte le donne non possono partorire! Ci informa anche del fatto che è possibile portare farmaci in quanto è presente un medico che puo' gestirli. Consegnamo la terza tranche di zanzariere (105 esemplari) e andiamo a casa.

Domenica mattina riunione con il gruppo proveniente da Gossas (cosi' non tornano a casa di notte data la distanza da Dakar) e il pomeriggio con i Dakarois. Molto interessante, si è parlato dell'ultima sofferenza e dell'ultima felicità che abbiamo vissuto.

Ieri (lunedi' 28) ci siamo rituffati in università. Maurizio come attività parallela sta organizzando il primo forum umanista africano, che si svolgerà dal 5 al 7 gennaio qui a Dakar. Ormai sono diversi giorni che gira per trovare le sale per le conferenze e tutto il resto. Nel pomeriggio lo accompagno a parlare con Pierre N'Diaye, il gestore del ristorante universitario del polo di più recente costruzione. Un Berlusconi senegalese. Lui fa affari in tutto: agricoltura, informatica, sport, ristorazione. Maurizio e Babacar provano a chiacchierare con lui anche delle nostre idee, e lui si lancia in auto-elogi su quanto è stato bravo a lasciare la Francia, dove aveva una cattedra di professore, e tornare nella sua terra natale dove dà lavoro a tanta gente che se no non avrebbe da vivere. Vedremo, magari è davvero un filantropo, altrimenti i miei pregiudizi avranno ragione. Spero nella prima ipotesi.

Rispetto ad oggi niente da dire, siamo stati ancora tutto il giorno in università.

Un abbraccio anche da parte di Maurizio a tutti coloro che leggeranno.

di Alekid alle 21:20:50 1 Commento

03/06/2005

Prima che Ale parta per il Senegal con Gabriella ovvero prima di lasciargli il testimone nella scrittura del blog ecco ancora qualche piccolo flash del mio viaggio.

People

L'avevo già detto, ma mi ripeto: la forza e la bellezza di questo paese sono le persone.
E' vero se sei toubab, molti hanno la tendenza a vederti come una banca ambulante e i bambini, non solo i talibé, spesso allungano la manina per chiederti dei soldi piuttosto che di regalargli la catenina che porti al collo.
Se sei donna e sei toubab poi c'è il rischio di esser marpionata, pare che il fatto di avere la pelle bianca sia un vantaggio incolmabile anche per la più bella delle senegalesi.

Devo dire che mi ero quasi preoccupata di non esser stata marpionata nemmeno una volta in una intera settimana.
A risollevare le sorti del mio ego sul finale del viaggio è intervenuto in prima battuta Samba, che in maniera molto discreta mi ha detto che quando fossi tornata in Senegal mi avrebbe ospitato a casa sua e mi avrebbe portato in giro per tutte le spiagge del Senegal da l'ile Goré fino alla Casamance. Per fortuna Samba è un tirapacchi, così invece di venire in viaggio con noi nei villaggi a portare zanzariere e medicinali ha bidonato e non ha avuto modo di proseguire il suo marpionaggio.

L'ultimo giorno poi, al mercato, Idriss, con la scusa di farmi da interprete col venditore di stoffe
poco propenso a sforzarsi di capire il mio francese (forse perché aveva già i suoi problemi a parlarlo),
mi ha attaccato un bottone senza senso. Per scollarmelo di dosso gli ho lasciato mail e telefono convinta
che al più mi avrebbe scritto, che chiamare dal Senegal all'Italia costa. Questo fulminato invece
ha pensato bene di telefonarmi nonché di scrivermi ed ora mi toccherà studiare un discorso in francese
per spiegargli che sono fidanzata e il mio fidanzato è in procinto di partire per il Senegal per spezzargli
i pollici se non la smette.

Joe è di Kaolak, basta che sorrida per capirlo: ha i denti neri. Se i cristiani li riconosci dal fatto che sono sempre vestiti in modo occidentale e serioso, la gente di Kaolak la riconosci dei denti anneriti. L'acqua della città infatti pare sia salmastra e tenda a corrodere lo smalto.

Joe è una persona calma che non si scompone. Mi fa un po' tenerezza, un po' mi genera apprensione.

La sera che ci doveva raggiungere a Thies il 7 place su cui viaggiava ha forato una gomma, l'autista, quando ha tirato fuori la gomma di scorta, si è accorto che era sgonfia ed ha dovuto farsi dare un passaggio fino alla prima autorimessa, farsela gonfiare, tornare indietro sempre in autostop, montarla e ripartire lasciando i suoi passeggeri al bordo di una strada per più di un'ora.

Di mio, sarei arrivata a Thies con un diavolo per capello, lui invece con una flemma incredibile si è limitato a dire "c'est grave" riferito al non avere una gomma di scorta gonfia. Già è grave e bisognerebbe incazzarsi, il fatto che lui mantenga la calma mi mette ansia. Da un lato forse vive meglio dall'altro però mi sembra segno di rassegnazione, mi mette ansia pensare che siccome non si incazza qualcuno possa pensare di approfittare di una persona così buona e carina.

Amadi ha poca voglia di lavorare, da ripetizioni, ma la cosa non lo soddisfa vorrebbe faticare meno e guadagnare di più. In tal senso come dargli torto. Peccato che nel suo candore non trovi nulla di strano nel pensare di fare il presta denaro, fortunatamente non disponendo del capitale iniziale non ha ancora intrapreso la brillante professione dell'usuraio.

Interrogato sulla questione religiosa dice che la sua famiglia non è votata ad un solo marabout, ciascuno fa come crede ed alcuni dei suoi fratelli non sono mai andati in nessuna città sacra. Gli domandiamo del gri gri e lui è disposto ad ammettere che probabilmente la religione musulmana in Senegal ha assorbito aspetti della religione tradizionale animista.
Gli chiediamo poi se ha mai partecipato a qualche rito animista e lui dice che una volta è andato da una tizia per farsi fare un rito portafortuna. Lo incalziamo, ma lui dice di averle lasciato i soldi e che la tipa è andata nell'altra stanza a fare il rito. E noi siamo stupiti del fatto che non abbia voluto vedere cosa faceva , ma lui replica: "è come quando il marabout ti fa il gri gri, scrive in arabo, magari ti sta scrivendo una serie di insulti, ma tu come puoi saperlo? ti devi fidare".

Ndiouck è la "capa" delle donne battitrici di miglio. Sono una ventina e vivono in una baraccolpoli in centro Dakar, dietro la banca centrale dell'Africa dell'ovest che si affaccia su Centenaire. A prima vista le darei più di 50 anni, poi quando Maurizio mi dice che probabilmente non ne ha nemmeno quaranta, la guardo meglio e mi rendo conto che sono gli occhi a farla sembrare vecchia, ha lo sguardo che hanno i vecchi in Italia, che sono quelli che si ricordano la miseria.
Ci racconta che con l'avvicinarsi della stagione delle piogge cominciano i problemi, la bidonville si allaga e ci sono casi di paludismo. La stagione del miglio è finita e non ne possono comprare fino alla bella stagione, quindi devono arrangiarsi con quello che hanno preso e lavorato sino ad ora. Ci dice anche che il governo vedendo che sono state capaci di organizzarsi ed affrancarsi dalla schiavitù del caporalato grazie al prestito avuto da noi, gli ha regalato un mulino per la prima lavorazione del miglio, che fino a poco tempo fa era fatta completamente a mano.

La famiglia di Babacar è di Thies, ma lui vive a Dakar da tempo. Ha una occupazione, produce abiti per il lavoro.
E' un mestiere che ha ereditato dal fratello che è morto. Questo gli consente di avere una vita da privilegiato e di avere una camera tutta sua in una casa vicino a Centenaire. E' alto alto e, mentre quando parla francese ha una voce dolce, quando si cimenta con l'italiano gli viene la voce come Learch della famiglia Addams.
Quando lo andiamo a trovare ci prepara la thaia, il the senegalese e ci fa ascoltare Youssou n'dur, ma è molto esterofilo.

Maktar invece è l'unico senegalese puntuale che ho conosciuto. E' un amico di Gianna e mi viene a prendere il giorno che la dobbiamo raggiungere a Mbour per andare poi alla riserva di Bandia. Gli accordi li prende Gianna e mi riferisce che devo esser pronta alle otto. Io pigra mi alzo alle 7.30 convinta, dati gli standar senegalesi, di avere tutto il tempo di questo mondo, invece alle 7.52 sento suonare alla porta e mi trovo davanti questo tipo con gli occhiali da sole alla moda e il walkman in mano che mi domanda molto compito"Vous etes Ginevra?". Scopro che insegna lingua agli stranieri, quindi ha un concetto di puntualità più occidentale che senegalese. Mi da del voi come usano i francesi al primo incontro, scopro che anche lui aveva la tendenza a dare del tu alle persone della sua età anche se non le aveva mai conosciute prima, ma poi una volta ha avuto una disavventura con una giapponese che essendo molto formale si è sentita addirittura brutalizzata del fatto che le desse del tu mettendosi a piangere.

 

 

Ginevra

di Alekid alle 15:09:27 Commenta:

31/05/2005

A Milano mi ha accolto una temperatura senegalese, con l'asfalto del parcheggio di malpensa che cedeva sotto il peso delle scarpe.

La prima cosa che mi ha colpito al rientro sono state le macchine. Mi sembrava che fossero tutte nuovissime bellissime e soprattutto mi sembravano poche. A Dakar il traffico è congestionato e veicoli di ogni sorta e stato di conservazione bruciano qualsiasi tipo di carburante emettendo nubi nerastre.

Ci sono i mezzi di trasporto cittadini i car rapide, che sono un po' più grossi dei vecchi furgoni volkswagen, tutti colorati e pieni di scritte inneggianti alle varie città sante. Hanno due panche per i passeggeri e girano per la città. Spesso li trovi a bordo della strada con la gente in attesa paziente che conducente ed aiutante cambino una gomma forata. In città abbiamo fatto i signori e ci siamo sempre mossi col taxi, quindi non ho esperienze in materia, ma ho idea che non siano il massimo del comfort, visto l'affollamento che li contraddistingue, e della rapidità, visto che le fermate sono parecchie.

Per i viaggi più lunghi ci sono i Ndjaga Ndjaie, furgoncini tipo ducato, anche lì i sedili sono stati tolti a favore di panche senza schienale e spesso sono sovraffollati. La cosa positiva è che viaggiano da una città all'altra quindi il viaggio Mbour Dakar (quello che ho fatto io) fila tirato fino alla periferia di Dakar dove invece poi cominciano le fermate intermedie prima della gare routiere.

Ci sono anche i 7 place, che sono i carri funebri della mercedes, ma con i sedili. Anche questi si usano per i viaggi da una città all'altra e anche questi non effettuano fermate intermedie. Il problema è quando sei alto come Babacar (per chi non lo conosce Babs è molto alto) e finisci nella fila di sedili in fondo alla macchina: praticamente fai il viaggio con le ginocchia in bocca.

In città poi ci sono i taxi , sono gialli e neri e devi contrattare con l'autista per strappare un prezzo onesto. Se sei toubab (bianco) hai molte più difficoltà a spuntarla, ma comunque non si può dire che il taxi sia caro e i tassisti più ladri restano quelli italiani. Esistono anche i clandò, i taxi clandestini, che tipicamente sono le Renault 4. Questi fanno prezzi più bassi.

Oltre ai trasporti pubblici ci sono tutta una serie di altre autoveicoli camion, autobus, motociclette e soprattutto tante macchine che qui in Italia nemmeno uno sfasciacarrozze vorrebbe. Le moto invece essendo probabilmente appannaggio dei ricchi e delle forze dell'ordine sono tutte nuove.

Ginevra

di Alekid alle 17:28:31 4 Commenti